Le più varie espressioni d’arte contemporanea, premiate dal concorso “Bergolo: paese di pietra”, si accostano alle testimonianze e alle tracce che la storia ha lasciato nel paese, in questo borgo fatto di case di pietra, di archi, di portoni, di architetture religiose dalla semplice, scabra struttura. E le opere sono bene accolte, inserite, amalgamate attraverso la ricercata adesione ai colori e ai materiali locali o, all’opposto, emergono per la scelta di voluti contrasti cromatici. Diventano comunque silenti protagoniste di uno spazio natural-urbano (più naturale che urbano), dominato da un paesaggio forte; e sollecitano una sorta di rapporto intenso, seppur familiare, con le sobrie architetture rurali. Architetture che (nel loro complesso, e anche nella loro peculiarità) raccontano il rigore, la schiettezza, l’economia, il senso della misura che sono un antico retaggio di questa terra, ingredienti che hanno contribuito a formarne la rude, ma tenace, spina dorsale.
Va ancora ricordato che nel territorio di Bergolo si intrecciavano un tempo le cosiddette “Strade del Sale” e le “Vie del Mare” attraverso le quali, durante i secoli, si svilupparono i rapporti commerciali tra i centri liguri e quelli dell’entroterra piemontese.
Ma in linea di massima questi luoghi, in passato, vissero ai margini del mondo, appena sfiorati dai grandi traffici, dai percorsi più battuti, lontani dalle città dalle mirabolanti architetture: infatti qui i più semplici prodotti dell’avara terra, frutto del duro lavoro, venivano apprezzati ed immagazzinati con scrupoli e abitudini quasi religiose.
Era preziosa l’acqua, i frutti coltivati come quelli dei boschi.
Le processioni, le rogazioni che si svolgevano di pilone in pilone, fino agli estremi confini del territorio, erano la risposta ufficiale della chiesa cattolica in materia di fecondità e abbondanza, per allontanare carestie, tempeste e invasione di insetti. Si snodavano tra canti e preghiere sino a toccare le edicole votive, le cappelle, partendo dalla Chiesa Parrocchiale dedicata alla Natività della Vergine, un edificio di sobria architettura, costruito a partire dagli anni ’30 del XVII secolo; giungevano sino a San Giuseppe, detta “Cappella dei Bussi” nella frazione omonima, distante oltre due chilometri dal centro o, dalla parte opposta, scendevano sino al torrente Uzzone.
Non lontano dalla chiesa parrocchiale un altro edificio religioso, genericamente chiamato “dei battuti” (e di cui s’è persa la dedicazione originale) svolgeva funzione di aggregazione religiosa. Questo edificio, divenuto civile abitazione, ospita oggi la Sede Comunale, non mantenendo pressoché alcun riferimento della primitiva destinazione d’uso. Qui però, nel salone d’ingresso, è oggi esposta una bella tela riferibile alla prima metà del XVII secolo, raffigurante una “Madonna con bambino tra i Santi Antonio da Padova e Sebastiano” e recentemente restaurata. Nella pala è dipinto in basso uno scorcio di paesaggio collinare, il serpeggiare di un torrente ed un castello turrito, che alcuni ritengono possa identificarsi con quello (ora diroccato) del vicino borgo di Gorzegno, che fin da tempi remoti era legato a Bergolo.
Il dipinto, di anonimo autore piemontese, era originariamente collocato nella Cappella di San Sebastiano, antica pieve romanica e primitiva parrocchia del luogo (verosimilmente la datazione della costruzione può essere riferita al XII secolo). L’edificio si distingue per il rigore dei materiali (pietra) e delle proporzioni: l’essenzialità della decorazione è affidata ad un motivo di archetti pensili che corre lungo i prospetti laterali e lungo l’abside, mentre sobrie lesene scandiscono le pareti. Le più antiche notizie relative alla cappella riferiscono che essa, probabilmente, costituiva il culmine di un recinto fortificato, in cui trovava rifugio la popolazione del borgo in occasione di guerra e pericolo.
Dalla cappella lo sguardo spazia a 360 gradi: le onde morbide del mare di Langa si allargano fino agli estremi orizzonti, sino, poeticamente, a suggerire rime di leopardiano, “infinito”, incanto… che qui, per chi ha voglia, vien bene evocare.
“Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude…”- Giacomo Leopardi, L’Infinito
